IL CALCIO E’ MORTO. VIVA IL CALCIO

Ho iniziato a seguire il calcio ai mondiali di Italia 90. Maradona fece irruzione nella mia vita come l’avversario che ci aveva eliminato in semifinale. A quei tempi giocavo a World Cup Italia 90 sul Sega Megadrive, la visuale era dall’alto e ovviamente non c’erano i nomi dei calciatori, ma quando segnavi un gol con l’Argentina urlavi sempre Maradona!

Da lì a breve il suo mito si sarebbe incrinato, anche nella mia mente. Forse perché un dodicenne ha bisogno di eroi tutti d’un pezzo; volevo essere un Van Basten, un Baggio, un Maldini. La droga, gli eccessi, i fantasmi interiori, tenevano Diego lontano dai miei sogni calcistici. Non avevo dubbi sull’eterna sfida: Pelé era stato un campione dentro e fuori dal campo, Maradona declinava lentamente.

Fifa 98 aveva Maldini in copertina, la saga videoludica che mi avrebbe tenuto davanti allo schermo per anni (tranne i pessimi Fifa dei primi 2000) iniziava così. Maradona era ormai un personaggio eccentrico che saliva alle cronache per fatti extracalcistici. Nemmeno Ultimate Team è stato gentile nei suoi confronti con quel 3 di piede debole che ha azzoppato un’icona che avrebbe meritato altro blasone.

Quel che fino a ieri non ho mai capito, è che il calcio intero, dalla cultura ai videogiochi è impregnato di lui. Il suo modo primordiale d’intendere questo sport ha a che fare con gli istinti, il fango, non è professione, è passione. La scelta di giocare a Napoli anziché in un top club europeo c’entrava con questo, con la passione del suo popolo che poi lo ha ripagato di un amore senza confini. Forse mentre mi affannavo a giudicare le azioni dell’uomo fragile, del cattivo esempio, della fortuna sperperata ho perso di vista che dai suoi dribbling passava il riscatto dei ragazzini nei sobborghi di Buenos Aires, con i suoi gol esplodevano i quartieri Spagnoli, ogni sua azione dispensava la gioia che solo il gioco nella sua forma più pura sa donare.

Questa è la lezione. Oggi che i campetti di periferia sono deserti sento forte il vuoto. El Pibe de Oro è quella sensazione lì, quel bisogno di scendere in campo, è quel pallone fermo al limite dell’area di rigore che aspetta solo di essere calciato.

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